Filosofia IV ANNO Materie

Johann Gottlieb Fichte

Filosofia

Johann Gottlieb Fichte nacque a Rammenau nel 1762. Nel 1790, a Lipsia, entrò in contatto con la filosofia di Kant, decisivo nella sua formazione filosofica. Fichte sentì con forza l’esigenza dell’azione morale. Nella seconda fase, poi, a tale esigenza si sostituì quella della fede religiosa.

Fichte segna di fatto il passaggio dal criticismo all’idealismo. In Kant, l’io è finito perché è limitato dalla cosa in sé, ed è il principio formale del conoscere. In Fichte, l’io è infinito perché tutto esiste nell’Io e per l’Io. La deduzione di Kant è una deduzione trascendentale, diretta a giustificare la validità delle condizioni della conoscenza. La deduzione di Fichte è una deduzione assoluta o metafisica, perché deve far derivare dall’Io sia il soggetto sia l’oggetto del conoscere. La Dottrina della Scienza ha lo scopo di dedurre da questo principio l’intero mondo del sapere.

Il principio della Dottrina della scienza è l’Io o l’Autocoscienza. Noi possiamo dire che qualcosa esiste solo rapportandolo alla nostra coscienza, ossia facendone un essere-per-noi. A sua volta, la coscienza è tale solo in quanto è coscienza di se medesima, ovvero autocoscienza. In altri termini, la coscienza è il fondamento dell’essere, l’autocoscienza è il fondamento della coscienza.
Il primo principio della deduzione fichtiana è ricavata da una riflessione sulla legge d’identità (A=A), che la filosofia considerava come base del sapere. Fichte rileva che l’esistenza iniziale di A dipende dall’Io che la pone, poiché senza l’identità dell’Io (Io=Io), l’identità logica (A=A) non si giustifica. Il rapporto d’identità è posto dall’Io, ma l’Io non può porre quel rapporto se non pone se stesso. L’Io pone così se stesso come attività autocreatrice e infinita, e principio primo del sapere.

Il secondo principio stabilisce che l’Io pone il nonio. Fichte osserva infatti che non avrebbe senso un Io senza un non-io, un’attività senza un ostacolo.

Il terzo principio mostra come l’Io, avendo posto il non-io, si trovi a essere limitato da esso. Con esso perveniamo alla situazione concreta del mondo: L’Io oppone nell’Io ad un io divisibile un non-io divisibile. I tre principi non vanno interpretati in modo cronologico ma logico.

L’Io infinito, più che la sostanza degli io finiti, è la loro meta ideale. L’infinito per l’uomo è un dover-essere, una missione.

Per Fichte l’uomo è uno sforzo infinito verso la libertà, una lotta inesauribile contro il limite. Tale compito è una missione mai conclusa perché se l’Io, la cui essenza è lo sforzo (Streben), riuscisse davvero a fagocitare gli ostacoli, cesserebbe di esistere. I tre principi corrispondono alle tre categorie kantiane di qualità: affermazione, negazione e limitazione.

Perché l’io pone il non-io?

Fichte dice che il motivo e di ragione pratica cioè riguarda la morale. L’io pone il non io ed esiste come attività conoscente solo per poter agire da ciò deriva il primato della ragione pratica (basato sulla ragione di Kant) vi è quindi un idealismo etico che trascende su 2 tesi:

Noi esistiamo per agire; il mondo esiste come teatro delle nostre azioni.

Se L’io riguarda la morale per far esistere un’attività bisogna che ci sia quindi un ostacolo  ed in questo caso l’ostacolo è la materia. Io mira a farsi infinito cioè privo dei propri vincoli esterni. Leo e quindi infinito perché in grado di svincolarsi dagli oggetti che esso stesso si pone.

 

Per quanto riguarda il pensiero politico di Fichte, egli sosteneva che l’insieme degli io infiniti costituisse una società che a sua volta formava una nazione con precisione lo Stato anarchico quindi Per il filosofo vi  era la creazione di una società perfetta, autosufficiente anche economicamente parlando e regolamentata da norme volte a garantire diritti naturali a tutti.

 

 

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