Filosofia IV ANNO Materie

Jean-Jacques Rousseau

Filosofia

Jean-Jacques Rousseau nasce a Ginevra nel 1712 da una famiglia modesta, la  madre muore poco dopo il parto e nel 1722 si allontana anche il padre.

Nel 1728 trova rifugio ad Annecy da madame de Warens, . con cui stringe un rapporto importante. Dal ’40 si sposta tra Lione, Parigi e Venezia.

Nel ’49, in seguito alla lettura di un bando dell’Accademia di Digione sul quesito, ha una sorta di illuminazione su cui fonda il suo primo testo, il Discorso sulle scienze e sulle arti (1750), che vince il premio. Per la stessa Accademia scrive nel ’75 il Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini.

Tra ’60 e ’62 scrive i suoi capolavori: la Nuova Eloisa, il Contratto sociale, l’Emilio.

Nelle Confessioni Rousseau racconta che nell’ottobre 1749, dopo essere venuto a conoscenza del un quesito proposto dall’ Accademia di Digione, fu colto da un’illuminazione improvvisa.

Partecipò quindi al bando con il Discorso sulle scienze e sulle arti (1750), distinto in due parti, con una prefazione in cui il filosofo rivendicava il diritto a pensare in modo critico e autonomo.

Nella prima parte del testo infatti, in modo controcorrente, Rousseau afferma che scienze e arti, lungi dal purificare i costumi, li hanno invece corrotti: esse rappresentano infatti ornamenti superflui che “stendono ghirlande di fiori sulle ferree catene”, e spingono gli uomini ad “apparire più che ad essere«, cosicché menzogna e vizi prevalgono su verità e a virtù.  Rousseau quindi alla raffinata e viziata Atene contrappone la ruvida e virtuosa Sparta, e ricorda come popoli originariamente forti e potenti (come Egizi e Romani) si siano poi corrotti e dissoluti, pervenendo a una radicale condanna della cultura in nome della natura.

Nella seconda parte del discorso Rousseau mostra poi come ogni scienza sia nata da un vizio (l’astronomia dalla superstizione, l’eloquenza dall’ambizione, la geometria dall’avarizia…) e, alimentate dall’ozio e dal lusso, abbiano favorito la disuguaglianza sociale e la perdita delle virtù sociali e patriottiche. “Abbiamo fisici, poeti e musicisti ma non abbiamo più cittadini”. Anche se con qualche incertezza (Cartesio, Bacone e Newton sono definiti «maestri del genere umano») la linea è chiara: “Dio onnipotente, dacci l’ignoranza, l’innocenza e la povertà”. Ma si pone un quesito: attribuire ad arti e scienze il declino della società non era forse eccessivo? Non si trattava forse di elementi concomitanti a qualcosa di più importante? Rousseau fu molto colpito dall’obiezione di re Stanislao di Polonia, secondo cui erano le ricchezze il fattore patologico centrale. Comincia quindi a delinearsi (già dal secondo discorso e da scritti minori) come prioritaria la tematica della disuguaglianza.

Nel ’53 l’Accademia di Digione formula un nuovo quesito, su quale fosse l’origine della disuguaglianza tra gli uomini, e se essa fosse autorizzata dalla legge naturale.

Rousseau vi risponde nel ’55 col Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, che pur non vincendo il premio, suscita grandi polemiche e interesse. Nella prefazione Rousseau afferma che per conoscere l’origine della disuguaglianza bisogna conoscere l’uomo. Ma quale uomo? Il filosofo polemizza col giusnaturalismo, affermando che esso confonde l’uomo naturale con quello civilizzato (lo fanno Grozio e Locke, dando ai primitivi la razionalità dei civili, lo fa Hobbes descrivendo l’uomo ‘lupo’ della società moderna). Come si può quindi rinvenire, al di là dell’uomo artificiale (“l’homme de l’homme”), l’uomo naturale? Bisogna fare riferimento allo stato di natura (che non è per Rousseau una realtà storica ma un’ipotesi teorica elaborata razionalmente ai fini di una radicale critica dell’esistente). Il Discorso si compone dunque di due parti: una dedicata all’uomo naturale, l’altra all’uomo storico.

L’uomo naturale Per Rousseau è caratterizzato dalla perfetta corrispondenza tra i propri bisogni e le proprie risorse: egli trova in natura tutto ciò che desidera, per cui “niente è tranquillo come il suo animo”. L’uomo è quindi privo di una progettualità a lunga scadenza, e non è né buono nè cattivo, vivendo in uno stato di completa innocenza.

Le uniche caratteristiche che gli si possono attribuire sono: • l’amore di sè: che rende gli uomini interessati al proprio benessere (e che è diverso dall’amor proprio, sentimento artificiale che nasce nella società e che porta l’uomo a considerare sè stesso al di sopra di tutto, e quindi a fare il male); • la pietà: che causa un’istintiva ripugnanza a veder soffrire o morire gli altri.

I legami umani nello stato di natura sono comunque solo sporadici (legati innanzitutto alla pulsione sessuale) e l’asocialità dell’uomo coincide con la sua indipendenza, in uno stato di autarchia e libertà. L’uomo è quindi immerso in una condizione senza lavoro, legami, domicilio, linguaggio, guerra, in cui le generazioni si susseguono senza mutamenti. Vi sono però due fattori (la libertà e la perfettibilità) che rendono possibile l’entrata nelle storia.

 

Nel Contratto sociale (1762) Rousseau propone una rifondazione etico-politica della società volta a formare dei ‘cittadini’, ovvero delle persone che anziché vivere nella dimensione naturale del loro io particolare vivano nella dimensione sociale dell’io comune.

Rousseau si inserisce in una prospettiva contrattualistica, ma a differenza degli altri contrattualisti: • pone il contratto non come passaggio tra stato di natura e stato civile, ma dallo “stato di guerra” di quest’ultimo a un nuovo ordine sociale; • afferma che il contratto non può implicare l’alienazione della libertà degli individui, (in quanto “rinunciare alla propria libertà significa rinunciare al proprio essere uomini”).

Il nuovo contratto sociale è quindi volto a formare una comunità politica “che difenda la persona e i beni di ciascun associato, e in cui ciascuno, unendosi agli altri, non obbedisca tuttavia che a sè stesso, restando libero come prima”.

Lo scopo del contratto è la salvaguardia della: • sicurezza (tutela della persona e dei beni); • libertà (obbedendo all’io comune si obbedisce solo a sè stessi, o meglio a ciò che si è scelto di essere); • uguaglianza (i cittadini sono hanno stessi diritti e doveri).

La persona pubblica che nasce dal contratto si chiama “repubblica” o “corpo politico” ed è detta dai suoi membri: • Stato (quando è passiva); • corpo sovrano (quando è attiva); • potenza (in relazione agli altri stati). I membri della comunità si chiamano: • popolo (quando considerati collettivamente); • cittadini (quando considerati singolarmente); • sudditi (in quanto sottoposti alle leggi dello stato).

La tesi secondo cui la sovranità appartiene al popolo fa di Rousseau il teorico della democrazia. La volontà del popolo è la volontà generale. Essa non è la semplice somma delle volontà singole (la “volontà di tutti”), ma la volontà che mira soltanto all’interesse comune, e mai privato. Essa è sempre retta, infallibile, giusta, indistruttibile.

 

 

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