Latino Materie V Anno

Marco Valerio Marziale e Decimo Giunio Giovenale

Marco Valerio Marziale 

Marco Valerio Marziale nacque a Bilbilis, nella Spagna Tarragonese, tra il 38 e il 41 d.C. Dopo aver studiato grammatica e retorica nella sua terra, nel 64 si recò a Roma appoggiato dalla famiglia di Seneca. A Roma conobbe Pisone e si legò agli ambienti senatori di opposizione a Nerone. In quegli anni visse in condizioni modeste, talora anche in ristrettezze economiche, praticando l’arte poetica in qualità di cliens, ma nonostante ciò raggiunse una certa fama. Una raccolta di epigrammi celebrativi venne pubblicata da lui nell’80 e Tito lo ripagò economicamente per il lavoro e da allora Marziale pubblicò i suoi versi, facendo successo e ottenendo cariche onorifiche come quella di tribuno militare. Nonostante le frequentazioni e la popolarità, Marziale si lamentava delle sue condizioni economiche, tanto che nell’87-88 lasciò Roma, amareggiato dalla mancanza di denaro e infastidito dal frastuono notturno dei carri da trasporto. Soggiornò a Forum Corneli ( Imola) e dopo un breve ritorno a Roma, grazie alla generosità di Plinio che gli pagò il viaggio, tornò a Bilbilis dove una sua ammiratrice gli offrì un terreno con una casa. Ma se a Roma Marziale aveva nostalgia della sua terra, presto in Spagna subentrò in lui la nostalgia di Roma e la sua vita movimentata. Morì attorno al 104 d.C.

Marziale fa della forma epigrammatica il genere esclusivo della sua arte. Di lui resta una raccolta in 12 libri, preceduta da un altro libro a sé stante, noto con il titolo di Liber de spectaculis Liber spectaculorum, e seguita dalle due raccolte di Xenia e di Apophoreta. In totale gli epigrammi sono più di 1500, di dimensioni piuttosto varie. I metri più usati sono il distico elegiaco, l’endecasillabofalecio e il trimetro giambico scazonte.

La componente principale della produzione di Marziale è dunque la realtà. Il poeta si vanta di riprodurre nei suoi versi la vita in maniera realistica, senza eccessive deformazioni. Proprio l’aderenza alla quotidianità dovrebbe, a detta del poeta, favorire la riflessione morale e l’epigramma appare come il genere più adatto perché, grazie alla sua semplicità, riesce ad aderire meglio di qualsiasi altro genere poetico alla molteplicità del reale. Il realismo degli epigrammi di Marziale si esprime attraverso i temi trattati, primo fra tutti la descrizione della Roma del tempo . Nei suoi versi il poeta descrive con estrema precisione le insulae sovraffollate, i bagni pubblici, le sale dei banchetti. Il quadro che ne esce è di una città caotica, dove regnano sovrani il disordine, la volgarità e l’opportunismo.


Decimo Guinio Giovenale 

Decimo Guinio Giovenale nasce ad Aquino (Lazio meridionale) tra il 50/60 d.C., durante la sua vita si dedicata alla avvocatura e alle declamazioni. Giovenale introduce il concetto di Cliente Romano, il quale e simile al sistema del Feudalesimo ma e diverso il rapporto tra cliente e nobile in quanto il cliente prenderà in prestito una somma di denaro dal nobile ma dovrà restituirla con i pieni interessi.

In base ai dati cronologici ricavabili dall’opera, la sua morte fu dopo 127 d.C. E’ ignota la cronologia delle sue 16 satire, che tuttavia possono essere collocate tra il 90 e 127 d.C. Sono divise in cinque libri: le prime cinque satire nel primo libro; la VI di quasi 700 versi nel secondo libro; dalla VII alla IX nel terzo libro; dalla X alla XII nel quarto e dalla XIII alla XVI nel quinto libro. Nelle satira di Giovenale sembra che per la prima volta ci sia una protesta sociale ma in realtà, nonostante l’indignazione, Giovenale si limita a sognare un passato idealizzato. Il tema di fondo della sua opera è il contrasto tra ricchezza e povertà, al quale sono collegati altri temi, come l’ipocrisia, disagi della vita, omosessualità, cattiva educazione familiare, malcostume femminile, falsa nobiltà, truffe e imbrogli. Autori latini come Cicerone e Seneca si erano fatti portatori di questi pensiero: i beni materiali non erano in grado di assicurare la felicità, al contrario dei beni duraturi come la virtù, la saggezza, il sapersi accontentare di poco. L’intento di Giovenale è quello di ribaltare la prospettiva della diatriba cinico-stoica e nel mostrare come la povertà non fosse un bene, ma il male da cui derivano tutti gli altri.

 

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